Le caratteristiche dei pesci non si esauriscono in pinne e branchie: a cambiare sono scheletro, pelle, modo di respirare e perfino il rapporto con l'ambiente. Io parto sempre da tre elementi molto concreti: come sono fatti, come si muovono e come vivono nell'acqua. In questo articolo metto ordine tra pesci ossei, pesci cartilaginei e squali, con un taglio pratico e utile anche per chi osserva il mare da vicino.
Tre tratti bastano spesso per orientarsi bene
- Scheletro: osseo nei pesci più comuni, cartilagineo negli squali e in altri gruppi affini.
- Respirazione: quasi tutti respirano con le branchie, ma il modo in cui l'acqua le attraversa cambia molto.
- Nuoto: pinne, coda e forma del corpo dicono molto su velocità, agilità e habitat.
- Pelle e squame: spesso sono la chiave per capire se una specie è adattata al fondo, alla colonna d'acqua o alla vita pelagica.
- Squali: sono pesci, ma appartengono al gruppo cartilagineo e hanno adattamenti molto diversi dai pesci ossei classici.
Da dove partire quando osservo un pesce
Se devo descrivere un pesce senza perdermi in dettagli inutili, guardo prima tre cose: scheletro, branchie e pinne. Sono elementi semplici da ricordare, ma abbastanza solidi da evitare molte semplificazioni sbagliate. Un pesce, in senso biologico, è un vertebrato acquatico che vive in acqua per gran parte della sua vita e respira soprattutto attraverso le branchie.
Detto questo, io evito sempre la formula rigida del "tutti i pesci sono uguali". Alcune specie hanno corpi allungati, altre appiattiti, altre ancora molto compressi lateralmente; alcune hanno squame ben visibili, altre quasi nessuna. Questa varietà è esattamente il punto: le differenze non sono dettagli estetici, ma adattamenti a profondità, corrente, prede e tipo di fondo.
Capire questa base aiuta anche a leggere meglio le sezioni successive, perché molte differenze tra specie diventano più chiare solo quando si confrontano struttura e funzione.
Le caratteristiche dei pesci ossei e cartilaginei

Qui sta la distinzione più utile da conoscere. I pesci ossei hanno uno scheletro formato in gran parte da osso vero; i pesci cartilaginei, invece, hanno uno scheletro fatto di cartilagine. Sembra un dettaglio da laboratorio, ma in realtà cambia tutto: peso, galleggiamento, respirazione, tipo di pelle e perfino il modo in cui si muovono nell'acqua.
| Tratto | Pesci ossei | Pesci cartilaginei |
|---|---|---|
| Scheletro | Prevalentemente osseo | Cartilagineo, più leggero e flessibile |
| Branchie | Di solito coperte da un opercolo | Aperture branchiali separate, spesso visibili |
| Galleggiamento | Spesso aiutato dalla vescica natatoria | Compensato con fegato ricco di oli e nuoto attivo |
| Pelle e squame | Squame ossee o cicloidali/ctenoidi in molte specie | Squame placoidi, ruvide al tatto |
| Esempi | Orata, branzino, sardina, tonno | Squali, razze, chimere |
La differenza più visibile, per me, è spesso quella tra opercolo e fessure branchiali. Nei pesci ossei l'opercolo fa da copertura protettiva e aiuta a far passare l'acqua sulle branchie; negli squali, invece, le branchie restano in apertura laterale o ventrale e il sistema è più "essenziale", ma anche molto efficiente. È una distinzione utile non solo per lo studio, ma anche per riconoscere a colpo d'occhio un gruppo dall'altro.
Da qui si capisce bene perché le differenze anatomiche contino davvero: influenzano il respiro, il nuoto e il comportamento. E proprio su questo conviene fermarsi un momento in più.
Come respirano e si muovono in acqua
Le branchie fanno il lavoro più delicato
Le branchie sono l'organo respiratorio centrale. L'acqua entra, passa sulle lamelle branchiali e cede ossigeno al sangue; il processo funziona in modo molto efficiente, perché in acqua l'ossigeno disponibile è meno concentrato che nell'aria. Nei pesci ossei, l'opercolo aiuta a mantenere un flusso regolare; negli squali, molte specie devono invece nuotare in modo continuo o comunque muovere l'acqua sulle branchie con un meccanismo molto attivo.
Qui vale una precisazione importante: non tutti i pesci sono identici dal punto di vista metabolico. La maggior parte è ectoterma, cioè dipende dalla temperatura dell'ambiente, ma esistono eccezioni parziali o molto particolari. In pratica, la temperatura dell'acqua incide sul loro metabolismo più di quanto accada nei mammiferi.
Leggi anche: Tonno o squalo? Differenze, specie e come riconoscerli
Le pinne sono più di un semplice aiuto al nuoto
Le pinne non servono solo a "nuotare meglio". La pinna caudale dà spinta, le pettorali aiutano nella manovra, le dorsali stabilizzano il corpo, le pelviche contribuiscono all'equilibrio. Io le leggo quasi come il telaio di un progetto: più una specie deve correre in acque aperte, più il corpo tende a essere fusiforme e idrodinamico; più vive vicino al fondo, più possono contare precisione e controllo, non solo velocità.
In molte specie entra in gioco anche la linea laterale, un sistema sensoriale che percepisce vibrazioni e movimenti dell'acqua. È uno di quei dettagli che spiegano bene perché i pesci reagiscano con tanta prontezza a prede, ostacoli e correnti, anche in condizioni di visibilità scarsa.
Quando questa parte è chiara, diventa più facile leggere anche il resto: forma del corpo, pelle e scaglie non sono ornamenti, ma segnali funzionali molto precisi.
Forma del corpo, pelle e scaglie raccontano l'ambiente
Se osservo la sagoma di una specie, spesso capisco subito dove vive e come si comporta. Un corpo fusiforme suggerisce nuoto veloce e vita pelagica; un corpo compresso lateralmente favorisce le svolte rapide; una forma appiattita è spesso legata alla vita sul fondo. Non è una regola assoluta, ma è un criterio pratico che funziona sorprendentemente bene.
- Corpo fusiforme: riduce la resistenza dell'acqua ed è tipico di specie veloci.
- Corpo compresso lateralmente: utile per cambi di direzione rapidi e manovre strette.
- Corpo depresso o appiattito: frequente nei pesci bentonici, quelli che vivono vicino al fondale.
- Squame e muco: proteggono, riducono l'attrito e difendono da piccoli danni o parassiti.
Le squame, però, non sono sempre presenti nello stesso modo. Alcune specie le hanno molto evidenti, altre le hanno ridotte o quasi assenti. Nei pesci cartilaginei le squame placoidi danno una sensazione ruvida, quasi come carta vetrata; nei pesci ossei, invece, le squame tendono a essere più lisce e a crescere con l'animale. Questo dettaglio può sembrare marginale, ma aiuta molto a distinguere i gruppi senza fermarsi solo alla forma generale.
Per chi frequenta il mare, questa lettura "fisica" del corpo è spesso la più immediata: basta osservare con attenzione e il comportamento della specie diventa più comprensibile. A quel punto, gli squali meritano un capitolo a parte, perché sono il caso più interessante di tutti.
Squali e altri cartilaginei non vanno letti con i parametri dei pesci ossei
Gli squali sono pesci, ma non assomigliano ai pesci ossei più familiari. Hanno uno scheletro cartilagineo, fessure branchiali multiple e una pelle coperta da denticoli dermici, piccoli elementi simili a denti che riducono l'attrito con l'acqua. È un sistema molto efficace, progettato per il movimento e per la caccia, non per la galleggiabilità passiva.
Una differenza importante è la vescica natatoria: nei pesci ossei aiuta a mantenere l'assetto in colonna d'acqua, mentre negli squali non c'è. Per compensare, molte specie di squalo fanno affidamento su un fegato voluminoso ricco di oli e su un nuoto continuo o comunque attivo. La loro efficienza non viene dalla leggerezza in senso banale, ma dal bilanciamento tra forma, muscolatura e idrodinamica.
- Branchie: spesso 5 fessure per lato, con alcune eccezioni che ne hanno 6 o 7.
- Pelle: ruvida, resistente, rivestita da denticoli dermici.
- Denti: sostituiti nel tempo in molte specie, perché la dieta e l'usura lo richiedono.
- Sensorialità: molto sviluppata, con organi che captano vibrazioni e campi elettrici deboli.
Io trovo utile anche un altro punto: non tutti gli squali sono grandi predatori, e non tutti hanno la stessa strategia alimentare. Alcuni si nutrono di pesci e cefalopodi, altri filtrano l'acqua, altri ancora hanno un comportamento molto più discreto di quanto suggeriscano gli stereotipi. Questo ridimensiona molte idee sbagliate e rende il quadro più realistico.
A questo punto rimangono le eccezioni, che sono proprio quelle che impediscono di trasformare la biologia in uno schema troppo rigido.
Le eccezioni che tengono la biologia lontana dagli slogan
Ogni volta che spiego questi argomenti, ricordo una cosa semplice: in biologia le regole servono, ma le eccezioni servono quasi di più. La maggior parte dei pesci è ectoterma, però esistono specie che mantengono temperature interne più alte in alcune parti del corpo; l'esempio più noto è l'opah, considerato l'unico pesce completamente endotermo conosciuto. Anche questo ci dice che la natura non lavora per categorie rigide, ma per soluzioni funzionali.
Un'altra semplificazione da evitare è l'idea che tutti i pesci abbiano sempre squame ben visibili o una forma "classica". Ci sono specie con aspetto molto allungato, altre quasi serpentiformi, altre appiattite come una foglia o come un disco. Alcuni hanno spine, barbigli, creste o bocche poste in posizione anomala perché vivono sul fondo o si nutrono in modo particolare.
- Pesci senza l'aspetto "da manuale": anguille, pesci piatti, specie bentoniche con corpo schiacciato.
- Squame ridotte o modificate: presenti in forma diversa da quella che si immagina di solito.
- Temperatura corporea: per lo più dipendente dall'ambiente, ma con eccezioni importanti.
- Requisiti respiratori: branchie sempre centrali, ma con adattamenti molto differenti da gruppo a gruppo.
Questa parte è utile perché impedisce di fare diagnosi troppo rapide. Se una specie non rientra nell'immagine mentale più comune, non significa che sia "meno pesce"; significa solo che si è adattata in un altro modo. Ed è proprio da qui che si passa alla lettura pratica del mare.
Quando queste differenze servono davvero sulla costa
Per chi vive il mare da vicino, queste informazioni non sono teoria fine a se stessa. Servono quando si guarda un pesce in snorkeling, quando si osserva una sagoma in superficie, quando si cerca di capire se una specie sta nuotando velocemente, riposando vicino al fondo o semplicemente spostandosi lungo la costa. Io uso sempre una lettura in tre passaggi: forma del corpo, tipo di respirazione, struttura delle pinne.
- Un corpo affusolato e una coda potente indicano spesso nuoto attivo in acque aperte.
- Un corpo appiattito e occhi più laterali o dorsali suggeriscono vita sul fondo.
- Una pelle ruvida e aperture branchiali molto evidenti fanno pensare a un cartilagineo.
- Un opercolo ben visibile e squame regolari orientano più facilmente verso un pesce osseo.
Quando osservo dalla riva, mi interessa anche un altro aspetto: capire il comportamento senza forzare l'identificazione. Non sempre si può riconoscere la specie esatta, e non serve farlo a tutti i costi. A volte è già molto utile distinguere tra pesce osseo, squalo o altra specie cartilaginea, perché quel livello di lettura basta per interpretare meglio il movimento, l'habitat e il ruolo ecologico dell'animale.
Se tieni insieme scheletro, branchie, pinne e forma del corpo, il quadro diventa subito più leggibile. Ed è qui che la diversità dei pesci smette di sembrare confusa e comincia a raccontare qualcosa di preciso sul mare che abbiamo davanti.